di Ettore Ianì
Saggista, già professore a contratto di Cooperazione allo sviluppo nella UE alla Sapienza, Università di Roma

Paolo Mieli, giornalista, intellettuale liberale che privilegia la pratica rispetto alla teoria, con una certa insistenza suggerisce alla segretaria del Pd, Elly Schlein, di fare un passo indietro a favore di Giuseppe Conte per la carica di competitore di Giorgia Meloni. Lo fa con l’anima politica antidogmatica, eclettica e istituzionale, riconoscendo alla segretaria del Pd una forza politica generazionale, pragmatismo geopolitico e realismo delle alleanze. Nelle sue analisi e commenti, (vedi Otto e mezzo del 28/052026) ha definito Schlein un “gigante della politica sottovalutato”. Di lei apprezza, come noi, il fatto che non sia immischiata nella politica romana, lontana dal sottobosco politico e diffidente nei confronti dei cacicchi. Le riconosce il merito che ha “rimesso in piedi una sinistra disfatta”, inoculando un’energia nuova nelle piazze e nei territori cavalcando una linea politica focalizzata sulla giustizia sociale e pacifista.


Paolo Mieli

Provocatoriamente (?) Paolo Mieli, a L’aria che tira del 20/05/2026, Otto e mezzo del 28/05/2026 e sul Corriere della Sera del 29 marzo 2026, sostiene che per dimostrarsi una “grande leader” la Schlein dovrebbe valutare la idea del beau geste, “di rinunciare alla corsa diretta a premier a favore di Conte, leader di 5Stelle”, forte di una esperienza a Palazzo Chigi e di una personalità percepita dall’elettorato come moderata.

L’analisi di Mieli, alla Segretaria del Pd le riconosce piglio giovanile e innovativo e la capacità di entrare nel vivo del dibattito interno del centrosinistra e sul “campo largo”, o (se si preferisce) sulla coalizione progressista. Intanto, bisogna chiedersi chi è davvero e da dove viene Giuseppe Conte? Come è arrivato a Palazzo Ghigi da illustre sconosciuto, senza fare campagna elettorale e senza nessuna esperienza politica alle spalle? Più che moderato è, secondo molti osservatori e commentatori, un trasformista, populista e sovranista (vedi The New York Times del 24 maggio 2018, 11 settembre 2019 e 29 agosto 2019, che spesso lo ha descritto come un leader populista e trasformista, evidenziando di essere un professore sconosciuto). Governa prima con la Lega e subito dopo, con una acrobazia degna di un triplo salto carpiato, guida, come se fosse un passaggio naturale, un esecutivo giallorosso (M5S-Pd). Una capacità serpentina di cambiar pelle, pronto a modificare le apparenze esteriori, senza tuttavia modificare la propria vera essenza.


Giuseppe Conte durante la scorsa campagna referendaria

Appare pronto ad adottare la propria agenda e le proprie alleanze con un trasformismo che richiama alla memoria Vautrin, un personaggio controverso de La Commedia umana di Honoré de Balzac, che genera sentimenti estremi. Un genio del crimine, un uomo che conosce i meccanismi del potere e li controlla trasformandosi ora da criminale e poliziotto, ora da rivoluzionario e conservatore. Conte, giocatore di poker riesce a conquistare senza voti la Sardegna e la Campania. Con il suo camaleontismo, la sua maschera di gomma, con un Pd come prima forza di opposizione, che stacca di almeno 10 punti il M5S, Conte chiede, ricorrendo a veti e ricatti politici, di fare il Presidente del Consiglio, in caso di vincita del centrosinistra. Il Pd, strutturalmente più forte e preseduto da una segretaria “testardamente unitaria” (noi continuiamo a preferire l’avverbio “Tenacemente”), per non compromettere l’alleanza e per non ripetere gli errori del passato, viene sottoposta a pressioni come quelli di Paolo Mieli di fare un passo indietro e lasciare le porte spalancate a Conte. Una proposta questa, che si dovesse concretizzare, alienerebbe l’elettorato fluido del referendum che ha garantito la vittoria del No. Assecondare questa opzione, senza una chiara egemonia del Pd, politicamente i Dem rischierebbero, a forza di cedere terreno per garantire “testardamente” l’unità, di appannare il profilo di sinistra e di diventare subalterni di un partito minore che detta condizioni e la linea del potenziale governo futuro. Una provocazione politicamente inadeguata e sconveniente: perché, allora, non chiedere anche a Conte di fare un passo indietro? Perché, come si ama dire in Calabria, è stuartu? (attaccabrighe, qualsiasi cosa fai perdi prestigio, credibilità e rispetto).

La situazione, allo stato attuale, è senza via d’uscita, un vicolo cieco, il classico lose-lose (doppia sconfitta), dove non esiste una decisione sana, giusta e corretta. Descrive il classico dilemma del diavolo in cui qualsiasi scelta o mossa si scelga comporta di pagare un pegno irragionevole, spesso a causa del conflitto tra l’etica personale e la sopravvivenza o il dovere. Una situazione frutto da scelte da immaturi, che regalerebbe alla destra la vittoria elettorale per capricci narcisistici guidati unicamente dall’ego, dal protagonismo e dell’autoreferenzialità.

Non mancano certo esperienze consolidate a cui attingere per uscire da una disputa accesa e che indica che nelle dispute prolungate non ci sono vincitori, ma soli sconfitti. Le parte coinvolte finiscono per logorarsi a vicenda, per esaurire risorse, energie e motivazioni. Tra Conte e Schlein si è venuto a creare un confronto che trascende la logica, il buon senso, fino ad assumere funzioni bizzarre e dimensioni innaturali come l’inversione dei ruoli.

Nella prima repubblica la Democrazia Cristiana, partito dello Scudo Crociato, chi guidava il partito non poteva contemporaneamente guidare anche il Governo, nei partiti del centrodestra, con ragionevole pragmatismo opta di premiare chi nella coalizione ottiene più voti. E nel centrosinistra? Mille proposte, tutte arzigogolate che hanno il pregio di suscitare discussioni artificiosi e farraginosi, arricchite da cavilli che ne rendono difficile la comprensione e l’applicazione pratica e, allo stesso tempo, logorano l’elettorato della sinistra e i simpatizzanti, portandoli spesso a confluire per protesta nell’astensionismo. Si va dalla ricerca dei papi stranieri ai federatori, dalle scelte fatte a tavolino, nei caminetti e terrazze romana alle primarie non regolamentate da precise regole, tanto che tra le primarie fin qui praticate, sia a livello nazionale che regionali o degli Enti Locali non esiste una regola precisa da applicare automaticamente. “Cu’ ‘a vola cotta e cu’ ‘a vola cruda” (giusto per ricorrere ancora una volta al mio dialetto), per sottolineare la diversità delle opinioni e l’estrema difficoltà nel trovare un accordo o un compromesso per il semplice fatto che ciascuno ha le proprie preferenze, gusti e pretese e che tutti difendono, con chiusura mentale, cocciutamente e petulanza.

Giuseppe Conte, che mostra una certa dose di impazienza, smania e nervosismo, rilancia di continuo le primarie e nella contesa in corso vengono alla luce elementi sconosciuti: non solo il numero dei candidati, il voto online, il doppio turno, ma (attenzione) anche l’obolo, il gettone da pagare per votare. Alle ultime primarie del Pd chi ha partecipato al voto ha versato due euro, ma dal M5S fanno sapere di “non gradire elementi che ostacolano la partecipazione” (Il Foglio del 30 maggio 2026, Carmelo Caruso). L’obolo come ostacolo aggiuntivo?

Come uscirne da questo incredibile e inverosimile ginepraio? Il Pd da solo e ben consapevole che non raggiungerebbe una maggioranza autosufficiente, e per battere la destra oggi il M5S diventa (Testardamente) indispensabile. In generale, in questi casi la regola d’oro è l’immobilità strategica, perché più ti agiti e più i la situazione tende a graffiarti, a lasciare ferite profonde e difficili da rimarginare. Poiché la soluzione condivisa non c’è, o almeno non è stata ancora trovata, per sbrogliare la matassa senza illusioni e idealizzazioni, sarebbe bene concentrarsi sui fatti politicamente tangibili piuttosto che su teorie estratte o ideologiche, sul buon senso e sul danno minore. Allo stato attuale, in mancanza di accordo politico chiaro nella sinistra e con la nuova legge elettorale in gestazione nella maggioranza, dove si potrebbe annidare una nuova mina pronta ad esplodere, invece di alzare il tono dello scontro o avanzare richieste irricevibili, il campo largo dovrebbe adoperarsi per cercare mediazioni, sintesi e mantenere un cauto profilo, un atteggiamento di grande prudenza e moderazione, giusto per non avvantaggiare lo schieramento del centrodestra. Mentre il centro destra può vantare il privilegio di affrontare le prossime e imminenti elezioni con una leadership consolidata e indiscussa, il centrosinistra rischia di trovarsi fagocitato da una guerra fratricida proprio nel momento in cui dovrebbe presentarsi agli elettori compatto e coeso, solido e unito: le divisioni continueranno a pesare soprattutto durante la campagna per le politiche.  Per attutire la masochistica disputa che si è innescata a sinistra, la soluzione meno dannosa rimane, obtorto collo, la via delle primarie. Consapevoli che se vincesse Elly Schlein, su cui punto il mio euro, e non certo perché le previsioni del sondaggio Youtrend per Sky TG24 del 15 aprile, colloca la Schlein  davanti a Salis e Conte il quale, pronto a scommettere, per la sua natura scorpionica, alla prima occasione tirerebbe fuori con orgogliosa e vendicativa personalità il suo velenoso pungiglione.


I due leader ostentano grande familiarità

Leggi il precedente articolo di Ettore Ianì sulle primarie

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