Le primarie: Schlein, una leader del cambiamento, Conte il saprofita e la Salis vorrei tanto ma non posso
di Ettore Ianì

Silvia Salis, sindaca di Genova, conquista improvvisamente le pagine più autorevoli della stampa e viene dipinta come un nuovo astro nel cielo di una certa sinistra. Il nuovo Papa Straniero? Il federatore del centrosinistra?  Per incanto e malia diventa la persona politica onnipresente, occupa ogni spazio nella stampa, televisione e social network, fino a divenire un bersaglio di reazioni negative, giudizi morali e attacchi personali, ma anche fino a diventare una sorta di santino nell'area riformista del Pd e negli ambienti del populismo post-grillino. Un'esposizione mediatica sproporzionata che la porta direttamente nell'universo delle esagerate attenzioni. Diventa come il prezzemolo, l'erba aromatica fondamentale nella cucina mediterranea. Onnipresente, si trova dappertutto come rimedio salvifico per risolvere la crisi della sinistra. La ricetta gustosa e versatile del campo largo.


Silvia Salis ospite da Fabio Fazio

La Verità, 20 aprile 2026, la descrive come " il nuovo santino di sinistra"; Selvaggia Lucarelli, Il Fatto Quotidiano del 16 aprile 2026, la descrive come "un automa progettato in laboratorio". Le corrosive firme di Daniela Ranieri e Andrea Scanzi, aggiungono un carico da undici. Ranieri la dipinge come la nuova madonnina di un Pd pastorizzato e innocuo, mentre Andrea Scanzi la boccia come una "totale Parvenu". Annalisa Terranova, Libero del 16 aprile 2026, la dipinge come "la sindaca stilosa per scalare la sinistra", come un'arianna posticcia e postmoderna. Salis si difende con Vanity Fair, numero 18 del 2026, chiarendo che per lei essere chiamata Barby non rappresenta alcun problema e si sofferma ad elencare le cose di sinistra come il salario minimo, la registrazione all'anagrafe di due madri, la condanna al governo israeliano e il genocidio a gaza e il sostegno agli operai dell'ex Ilva e alla Flottilla.  
Se l'armicromia di Schlein aveva fatto scandalo, con la Salis e i suoi occhiali da 520 euro e le scarpe da 1300 euro (che ricordano quelle di Massimo D'alema) si va ben oltre al senso civico. Il deridere, schernire e farsi beffe con disprezzo e intenzione malevola, senza entrare nel merito politico è un vezzo inaccettabile che non condividiamo e manifestiamo un sentimento di fratellanza, vicinanza e supporto alla sindaca Salis. Altro è la valutazione politica su cui vogliamo soffermarci.


Silvia Salis conquista la copertina di Vanity Fair

L'amministrazione di Silvia Salis a Genova la riteniamo una buona gestione, sa mescolare pragmatismo amministrativo con una forte esposizione mediatica e con un'attenzione su modernizzazione e trasparenza. Buono il completamento del Terzo valico della metropolitana, vincente è l'avvio della riforma dei Municipi per garantire una maggior autonomia decisionale, condivisibile la denuncia dei debiti dell'azienda dei trasporti (AMT), posizione netta e chiara sul salario minimo nei contratti del comune di Genova. Buona la partenza del suo mandato, iniziato solo nel maggio 2025, Comunque, il giudizio politico sull'operato della Salis non può che rimanere sospeso per mancanza di un prodotto politico definito. Ed è proprio qui che emerge una vistosa contraddizione: i risultati amministrativi definitivi sono tutto da dimostrare, oggi non sono tali da determinare con precisione un profilo politico. Allora su quale base costruire una proiezione nazionale? Confondendo le luci di un riflettore al neon e la copertina patinata con la legittimazione politica e carismatica? È sufficiente questa breve esperienza amministrativa per essere catapultata nell'emisfero dei grandi leader politici, fino ad essere individuata come l'anti Meloni?

Sono un Baby Boomers e la mia esperienza di vita mi porta a sottolineare che il tratto distintivo della sinistra, alla quale appartengo, la carriera politica partiva dal basso e doveva essere anche graduale: la famosa gavetta, insomma! Rifugiarsi nella retrotopia, nella idealizzazione del passato per cercare rifugio e soluzioni, vorrebbe dire non volersi misurare con il presente, con il procedere del nuovo che avanza, con le trasformazioni nel corso della storia.  Ecco perché l'accusa di parvenu appare debole e inconsistente perché non prende in esame i programmi, le azioni e i comportamenti. L'anti politica, la sfiducia verso la classe politica, la disaffezione a partecipare alle competizioni elettorali, la destrutturazione dei partiti, l'orologio del tempo che, accompagnato dal suo ticchettio, scorre inesorabile ci portano a misurarci con inedite realtà.  Ci troviamo di fronte a una sorta di metamorfosi della società civile e politica, ampiamente confermata dalla crisi della rappresentanza e astensionismo, della nuova post-politica e post-fascismo, della generazione dei digitali che stanno reinventando la partecipazione politica spesso fuori dei partiti tradizionali, dalla trasformazione del welfare e divario generazionale, della svolta tecnocratica. Una trasformazione strutturale, ideologica e tecnologica che ha messo a soqquadro la cultura politica tradizionale del Novecento, quando il leader politico aveva alle spalle una lunga militanza, mentre oggi i nuovi leader traggono legittimazione da se stessi e si nutrono della fine della centralità delle ideologie e dei partiti di massa del leader politico, della personalizzazione della politica e della democrazia degli interessi. La società postmoderna abbandona le ideologie del Novecento come i grandi ideali, il sentimento di appartenenza che sapeva dare sicurezza e senso alla vita, per lasciare spazio alla cultura centrata sulla società liquida, con partiti privi di reale insediamento territoriale e cultura di sostegno per diventare macchine a servizio del leader. Leader come scorciatoia cognitiva; leader con il sostegno della rivoluzione digitale che ha facilitato il passaggio dal partito di massa a forme organizzative fluide; leader che gestisce direttamente il consenso attraverso i nuovi mezzi di comunicazione basati su tecnologie digitali, caratterizzati da interattività, multimedialità e diffusione in tempo reale.

 La storia e la sociologia politica non escludono che una figura "outsider" o "parvenu", priva di una lunga e robusta carriera tradizionale, possa anche diventare un leader nazionale, ma si può diventare l'anti Meloni solo con qualche mese di esperienza amministrativa o, invece, il rischio è di "bruciarla"?  Il rischio principale per la sindaca Salis è di non azzeccare il momento giusto, non solo perché travolta da qualche polemica sulle nomine importanti come per il Museo del Mare, ma anche per essere stata investita da un eccessivo e distorsivo battage mediatico, da valutazioni politiche migliori di quelli che realmente sono.  "La papessa forestiera" Silvia Salis si dice contraria alle primarie perché le ritiene divisive e nello studio di Che tempo Fa, 26 aprile 2026, dichiara pilatescamente che, poiché la sua amministrazione è sostenuta sia da Schlein che da Conte, alle possibili primarie non andrebbe a votare per nessuno dei due.  Allontana la tentazione di un impegno nazionale, si chiama fuori, almeno per il momento, perché vuole onorare l'impegno con i propri elettori genovesi. Con sibillina malizia non nega, comunque, che accetterebbe di candidarsi se tutto il campo largo glielo chiedesse, naturalmente senza primarie, insomma da outsider, giusto per superare lo stallo creato dalla disputa Schlein/Conte. Insomma, quello che la vecchia sinistra chiamerebbe "spirito di servizio". 
La cosa si complica ulteriormente se esaminiamo come vengono scelti e adottati nella sinistra i criteri e i metodi nel clima culturale, intellettuale, etico e politico dominante nel Terzo Millennio.  
Il dibattito sulla leadership di Elly Schlein, all'interno del Partito Democratico, dominato da una dozzina di correnti, cacicchi e capibastone, segue un percorso contraddittorio, atipico e, per certi versi, paradossale, spesso in un clima onirico e surreale. Un approccio pensoso, un vero laboratorio alchemico pieno di ingredienti esoterici, riservato a pochi iniziati. Nella vecchia Democrazia Cristiana, partito dello Scudo Crociato, chi guidava il partito non poteva guidare anche il Governo, nei partiti del centrodestra il partito della coalizione che ottiene più voti esprime il nome del presidente che presiede il Governo, e nel Pd?  La premiership, con la modifica dello Statuto del Pd, del dicembre 2025, è considerata contendibile attraverso le primarie di coalizione. Sebbene non automatico, il Segretario/a resta comunque la figura proposta come candidato all'incarico del Consiglio dei Ministri. In buona sostanza, non c'è una regola precisa da applicare automaticamente, tanto che tra le primarie praticate, sia livello nazionale che regionali o degli Enti Locali, il filo rosso, oltre il calo di partecipazione, è rappresentato dalle primarie  aperte, ovvero che tutti i cittadini, anche i non iscritti al partito possono votare  o chiuse, dove  il voto è riservato agli iscritti al partito o alla coalizione. In questo contesto indistinto e confuso, se si decidesse di far ricorso alle primarie, andranno chiarite come regolamentarle e, soprattutto, come ridurre i margini di un confronto fratricida.

Dopo la imprevista valanga  a favore del  No al referendum sulla giustizia, la sinistra e le forze progressiste, invece di solennizzare e onorare la vittoria e archiviare i conflitti e le tensioni, il leader del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte, con un tempismo da saprofita, non solo si intesta in solitario il successo del referendum, ma  lancia la corsa alle primarie, obbligando Elly Schlein a ribadire: io ci sono, anche perché refrattaria ai papi stranieri, ai federatori e alle scelte fatte a tavolino, nei caminetti o sulle terrazze romane. La proposta di Conte, non del tutto inaspettata, improvvisa e sconvolgente, crea scompiglio e sorpresa all'interno della sinistra e del campo progressista. Non fa altro che riaffermare il suo stato di forte eccitazione psicomotoria per l'incontrollato entusiasmo di tornare a sedersi sullo scranno di Presidente del Consiglio. Una ambizione personale, piuttosto che un atto da nobiltà d'animo, di virtù o di amore sincero per il bene comune.
È ancora presto immaginare come e se verranno svolte la primarie. Tutto può succedere. Intanto, a scaldare i muscoli ai blocchi di partenza, emergono i primi nomi. Da Ernesto Maria Ruffini, ex direttore dell'Agenzia delle entrate a Alessandro Onorato, assessore ai Grandi eventi, Sport, Turismo e Moda del comune di Roma, ma concentriamoci su Schlein e Conte.
Qualcuno, fuori dal Pd invita la Elly Schlein a farsi da parte per spianare la strada al presidente del Movimento 5 Stelle. Una provocazione fuori luogo, inadeguata e sconveniente. La Schlein ha un curriculum politico robusto, benché giovane: europarlamentare, esperienza regionale, deputata e volontaria alle due campagne elettorali di Barack Obama.  Viene da una buona famiglia, tripla cittadinanza, laureata, parla quattro lingue, figlia di internet e della progressiva diffusione dei social network, libera dalle pastoie ideologiche del comunismo. Vive in simbiosi con la globalizzazione, l'intelligenza artificiale, il Metaverso, la società multietnica.


Elly Schlein con Giuseppe Conte

Il nuovo Pd, conquistato nel 2026 con le primarie da Elly Schlein con il 53,75 % dei voti, superando  Stefano Bonaccini, nonostante quest'ultimo fosse in netto vantaggio nel voto tra i soli iscritti, vola nei sondaggi e il numero dei tesseramenti nel Pd lievita significativamente. Il Pd si consolida nei consensi fino a superare la soglia del 22%, oltre cinque punti in più  di come lo ha lasciato Enrico Letta. Alle elezioni europee del 2024 il Pd dal 19% salta al 24%, riducendo la distanza con Fratelli d'Italia e distanziando nettamente il Movimento 5 Stelle, nelle elezioni regionali, con il campo largo, mantiene o conquista la guida in alcune regioni chiave: Campania, Puglia, Emilia-Romagna, Sardegna e Umbria. Sul referendum giustizia del marzo 2026 ha saputo unificare l'opposizione e dare un'anima politica alla battaglia contro la riforma, dimostrando che il campo largo o progressista che sia può vincere quando si compatta su obiettivi chiari. Ha contribuito enormemente a trasformare il risultato referendario in un "avviso di sfratto" al governo Meloni.  Secondo Luca Verzichelli, dipartimento di Scienze Sociali, Università di Siena la Schlei rappresenta "un fatto sociale", agenziaimpress.it, 28 febbraio 2023. Un fatto dirompente, aggiungiamo noi, per aver fatto riemergere i valori di una sinistra che si era sopita a svolgere un ruolo di testimonianza. Ha avviato un processo di rimescolamento della cultura politica e offerto visibilità all'arcipelago delle formazioni politiche che frastagliano il campo della sinistra. Non è solo la prima donna a guidare il più grande e significativo partito della sinistra in Italia, ma è anche la prima donna segretaria del Pd che non appartiene alla storia del Novecento. Forse per queste ragioni che non l'hanno vista arrivare.
Con il suo "Testardamente unitari" la Schlein ha l'obiettivo di ricompattare le forze di opposizione per costruire un'alternativa strutturale al governo Meloni, la quale ironicamente cita la frase per descrivere la necessità di unità tra Usa e Europa nei rapporti internazionali.  Il successo dell'espressione "Testardamente unitari", ci lascia perplessi e ci fa sorgere dubbi di diversa natura. Testardamente è un avverbio che deriva da testardo, ovvero colui che persiste nelle decisioni anche se sono sbagliate per scarsa elasticità mentale, spesso ignorando consigli o evidenze contrarie. Meglio sarebbe TENACEMENTE, agire cioè con perseveranza, ostinazione e fermezza, pronti a perseguire un'idea scegliendo con percorsi alternativi e che offrono lo stesso risultato  senza però rompersi la testa. Ma se un brand ha successo, non si cambia, tutt' al più si ricorre al restyling.

Perché mai, dunque, la Schlein dovrebbe farsi da parte e abdicare a favore di Giuseppe Conte che rappresenta neanche la metà del Pd? Perché con il suo fregolismo e trasformista della "quasità", ha bruciato le tappe, ha saltato rocambolescamente tutti i passaggi formativi dei passaggi formativi intermedi? O perché, caso unico nella storia repubblicana, a guidato (per breve tempo) due governi consecutivi sostenuti da maggioranze politiche opposte, uno conosciuto come governo "giallo-verde" e l'altro "giallo-rosso"? Che credibilità ha un politico che testardamente è pronto a cambiare casacca solo per mantenere il potere per puro interesse personale e per conservare rendite di posizioni?  A quanto pare per Conte gli incarichi politici danno più assuefazione dell'eroina. L'assuefazione alle cariche politiche deve sempre destare qualche preoccupazione, anche perché il rischio è nel momento in cui si perde il potere si incomincia col perdere contatto con la realtà e si va avanti con la presunzione di essere i soli a sapere quali sono le cose buone e giuste da fare.

Nonostante i sondaggi fotografano variamente un vantaggio del leader 5 Stelle, la Schlein fa bene a non mollare e andare avanti tenacemente.



Del resto, anche nel 2023, nella sfida congressuale con Stefano Bonaccini, veniva data per spacciata, poi abbiamo visto come è andata. Per non parlare del referendum che i sondaggi davano per acquisito la vittoria del Si, ma poi, anche qui, abbiamo visto come è andata. I sondaggi vanno prese con le pinze, fotografano un momento delimitato e specifico, non sono previsioni infallibili e vanno interpretati con cautela, non sono oracoli e sono soggetti a numerose variabili tecniche e umane. La popolarità di Conte appare come un mero "gradimento", non sostenuto dagli elettori di 5 Stelle che nel loro Dna non hanno la partecipazione alle primarie e ai gazebo, quella della segretaria del Pd è, invece, organica a un campo  di gioco, è forza attrattiva delle nuove generazioni, ha offerto una occasione a chi si sentiva orfano e non si riconosceva da tempo in nessuna delle formazioni politiche, tanto da non andare a votare.  Nel Pd, nonostante il nuovo corso avviato dalla segretaria Schlein, persiste una strutturale difficoltà nel gestire le diverse anime interne, che a volte rallentano  la sintesi politica e rendono il partito non fortemente compatto, alla fine avrà la meglio la propensione a votare il proprio candidato. È da escludere che si possa ripetere il "fattore 101", episodio dei franchi tiratori dell'aprile  2013 che votarono contro il candidato ufficiale (Romano Prodi) durante l'elezione del Presidente della Repubblica, a meno che nel Pd non si voglia giocare il ruolo tafazziano e regalare alla destra altri cinque anni di governo.
Ettore Ianì
Sociologo, già Professore a contratto di Cooperazione allo sviluppo nella UE alla Sapienza, Università di Roma

 

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