di Ettore Ianì

Caro Marcello,  il nostro cammino è iniziato negli anni Settanta tra le aule del Magistero di Roma. Ero un giovane e spaesato studente di Sociologia e tu un brillante e stimato assistente del professore Franco Ferrarotti. Ti chiesi se potessi portare all'esame un testo di Zygmunt Bauman, Lineamenti di una sociologia marxista. Mi rispondesti in forma chiara, con un tono  e uno stile tale da trasmettere competenza e autorità: "Se lo capisci!". Presi all'esame il massimo dei voti. Da quel momento le nostre strade non si sono separate.

Per me non sei stato solo il pilastro della Facoltà di Sociologia dell'Università La Sapienza di Roma o soltanto un illustre accademico da studiare sui manuali la sociologia e la scienza dell'amministrazione italiana di cui sei stato uno dei suoi  interpreti più acuti e rigorosi, ma un mentore, una guida preziosa e, successivamente, un prezioso collaboratore sul campo. Il nostro legame, nato tra le aule universitarie come tuo allievo, è cresciuto nel tempo fino a trasformarsi in una sincera amicizia e una stretta sinergia professionale. Mentre  dedichi i tuoi studi a decifrare la metamorfosi dello Stato, dei partiti e delle politiche pubbliche, lasciando un'impronta indelebile nella comunità scientifica oltre i confini italiani, trovavi il tempo di averti a fianco, in qualità di consulente di assoluto valore, in due momenti più complessi e delicati del mio percorso lavorativo.

Ti ho voluto tenacemente accanto nelle mie tappe professionali più significative, sia quando ero alla guida della Lega Pesca Nazionale sia quando ricoprivo  il delicato mandato di Commissario di Governo per l'emergenza della " Mucca Pazza".  Nella trincee istituzionale, di questo incarico governativo,  dove la gestione della crisi richiede lucidità, visione strategica e una profonda conoscenza dei meccanismi burocratici e decisionali, caro Marcello,  sei stato, come più volte ti ho ripetuto, una guida e un pilastro insostituibile. La tua raffinata capacità di analizzare le politiche pubbliche non era solo teoria, ma era uno strumento pratico che tu hai messo generosamente a mia disposizione per affrontare, con un certo successo, emergenze europee complesse e delicate come la malattia neurologica degenerativa che aveva colpito i bovini. Ti sarò sempre debitore per il dono che un uomo di scienza di gran vaglia non sempre fa: mettere a disposizione con grande umiltà il proprio tempo, l'intelligenza e un bagaglio culturale e umano inestimabile.

Ogni libro che ho scritto porta la tua impronta generosa: non ti limitavi a correggere la mia scrittura trasandata, ma arricchivi le pagine con osservazioni acute e suggerimenti puntuali. Sicuramente mi stimavi ma mi sopravvalutavi,  ma è stato grazie alla tua spinta se ho trovato il coraggio di partecipare al bando alla Sapienza per l'insegnamento di professore incaricato di Cooperazione allo sviluppo nella UE. Bando che per fortuna e piacere degli Dei ho anche vinto.
Non avevi un carattere semplice, Marcello. Eppure riuscivi  a smussare gli angoli, a mediare, a cucire gli strappi con rara intelligenza e delicatezza.

A unire le nostre vite è stata anche la passione per la buona tavola. Quante volte ci siamo seduti da Tullio, ristorante vicino a piazza Barberini? Davanti al buon cibo e al buon vino i nostri pensieri, anche quelli spettinati,   trovavano un porto sicuro, una propaggine di incontri e riflessioni anche sul valore delle piccole cose quotidiane. La buona tavola, insomma, era per noi un rifugio, un meccanismo di difesa e di appagamento interiore anche nei momenti emotivamente più stressanti. Come quando mi parlasti con il cuore in mano della crisi con Brunella, la cui presenza ti ha segnato fino alla fine dei tuoi giorni, fino a definirla "strepitosa".
Amavi la mia cucina, specialmente il mio modo di preparare in mille modi le alici. L'ultima cena a casa mia è stata alle Idi di Marzo di quest'anno. Mi ricordo lucidamente che dopo qualche bicchiere di Gravello, un cabernet sauvignon calabrese, ci giurammo, con leggerezza gioiosa e candore dell'innocenza dell'età avanzata, di voler campare cent'anni, convinti di essere duri e resistenti come la gramigna. Ma la  dolorosa verità e che tu, caro Marcello, eri seduto su una sedia traballante, in una condizione di grande precarietà che poteva crollare da un momento all'altro. Ne ho avuto  una brutta e netta sensazione quando ti ho accompagnato al Taxi. Avevo visto sul tuo volto una sofferenza che quella sera hai fatto di tutto per nascondere: questo brutto presentimento, che qualcosa di negativo stava per accadere,veniva sostenuto da mia moglie Monica, che di te ha avuto una grande ammirazione e non solo  per quello che hai fatto per me.

L'ultima volta che ho visto Marcello è stato venerdì 17 luglio, uno spettacolo straziante vedere un corpo inerte e muto, con la certezza di non essere ascoltati e di non essere riconosciuti. Lì ho capito che si era arrivati alla fine del tramonto. Oggi lunedì 27 luglio al tuo funerale non ci sarò. Sono in Calabria il nonno di mio nipotino Francesco, un amore agape.  Ma forse c'è anche un briciolo di vigliaccherie in questa mia assenza: non credo di avere la forza fisica ed emotiva di guardare il tuo feretro e darti l'estremo saluto. Ma stai tranquillo, Marcello: continuerò  a volerti bene.

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