di Antonfranco Tamasco


Quanto sta accadendo nelle ultime settimane non era immaginabile da nessuno, attorno a questa affermazione ruotano le giustificazioni degli esponenti di governo, quando accusati di mancanza di tempestività, e quelle dell’opposizione che oggi (non il 21 febbraio…) strillano che … “noi l’avevamo detto!”.
In verità, ed è percezione pressoché generalizzata, ci si sente come delle comparse in un film catastrofistico di quelli che poi, uscendo dalla sala cinematografica, generano un bisbiglio uniforme che suona come ….”però…esagerato”…. Ci torna alla mente, almeno a me torna alla mente, un detto che spesso negli anni settanta utilizzavamo per convincerci di quello che stavamo facendo, il detto era “quello che non succede per anni, poi si determina in un batter di ciglia”, ossia quello che per tanto tempo non sembrava neanche pensabile, poi diventa realtà. Chi aveva l’illusione di voler cambiare il mondo era come se traesse forza da questo genere di proverbio. 

All’epoca ci si divideva tra oggettivisti e soggettivisti, tra coloro che attendevano le classiche condizioni materiali favorevoli per l’”assalto al cielo” , e quelli che invece riponevano nella azione soggettiva , nella capacità organizzativa la possibilità di accelerare quel famoso “assalto”. Quindi la distinzione si raffinava tra attendisti e movimentisti e poi ancora, nell’ambito di questa ultima categoria, tra agitatori e uomini d’azione. Oggi viene quasi da ridere dinanzi a ciò che accade, ora che le cosiddette condizioni materiali (la avanzata crisi del modo di produzione) è agli occhi di tutte le classi sociali, sono spariti i soggetti, coloro che raccogliendo le indicazioni di queste sappiano indirizzarle in una forma di organizzazione che davvero possa condurre al socialismo.

Fa impressione assistere agli interventi dei capi di stato e di governo che nella forma e perché no, anche nella sostanza, ricordano i membri del politburo di sovietica memoria: promesse di distribuzione di reddito, promesse di eguaglianza nel trattamento dei cittadini, misure di polizia a fini sociali, categorie sociali indicate ad esempio per tutti (medici e poliziotti in primis), addirittura quel particolare vigore nel riaccendere il sentimento nazionalista dei popoli anch’esso condimento immancabile nella ex-Unione Sovietica. 

Come nei periodi di guerra, non si va tanto per il sottile è come se ci volessero dire che in questi momenti siamo “tutti fratelli”, indipendentemente dal censo, dall’età, dagli orientamenti politici: ben vengano anche Salvini e Meloni a concordare qualcosa al tavolo dell’emergenza. E’ così che tra un Ministro della Salute ex-comunista, un presidente del consiglio ex-grillino, un dirigente della Lega ex-secessionista, ed un rappresentante della destra fascista, tutti sonno concordi in nome del supremo interesse della nazione a rimpinzare i poveri spettatori, (ognuno con le proprie sfumature, ognuno rivolgendosi al proprio pezzettino di gregge) di quel senso di appartenenza nazionale che senza virus prevedeva il “dagli all’immigrato”, all’inizio del contagio “dagli al cinese”, poi “dagli al tedesco”, ed infine ora in questi giorni “dagli all’Europa”.

Credo proprio che anche in virtù della scompostezza dei riti che questi personaggi compiono di questi tempi non si tratti di atteggiamenti consapevoli e rivolti consapevolmente verso qualcosa, ma appaiono per lo più come la inconsapevole recita di una parte da coloro che tutti, nessuno escluso, vedono questo modo di produzione, questa idea di società, come la unica e la migliore possibile.

Qualcuno, poco gettonato, lo ha scritto (F.Vighi) in alcuni recenti articoli che ciò che occorre oggi è modificare radicalmente l’attitudine con la quale assistere a quello che sta accadendo, formulandosi una semplice domanda : da dove viene questa emergenza?

Il capitalismo lo sappiamo è stato abilissimo a fagocitare tutto, anche i movimenti che si scagliano su singoli effetti che esso stesso sistema produce, pensiamo al pacifismo (fu in nome di questo che scesero in piazza centinaia di migliaia di persone contro le armi di distruzione di massa di Saddam Hussein), all’ecologismo (il più delle volte talmente concentrato sugli effetti del problema tanto da schierarsi contro i lavoratori quando interessati dal problema dei licenziamenti (Ilva? Taranto?), il movimento femminista facendone divenire un argomento da salotti buoni e rendendo evanescente il suo contenuto di lotta dichiaratamente anti-sistema. Se ne potrebbero citare altri di esempi di reazioni sociali al sistema venute poi ad essere inglobate in esso.

Oggi però siamo dinanzi ad un fatto che ci costringe a fare i conti con qualcosa di incredibilmente importante, o comprendiamo che la natura di questo virus è fortemente insita proprio in questo oramai (a scala storica) insensato modo di produzione, oppure saremo condannati ad altre barbarie, ieri le guerre generalizzate, oggi le teorie sull’unità di gregge e la scelta tra giovani e vecchi su chi ha diritto di vivere o di morire, domani perché no la scelta per ragioni di casta o di pensiero (in effetti già oggi, perchè domani?).

Non a caso i primi focolai di questo virus si sono dati laddove lo sviluppo ha raggiunto tali livelli di follia (basti pensare che in Cina il percorso compiuto dall’Europa per il quale sono stati necessari più di 200 anni, si è dato in poco più di 30) che la natura, le relazioni umane, l’organizzazione della vita quotidiana ne hanno subito un gigantesco shock. Era già accaduto nella storia, a fronte di grandi trasformazioni (l’articolo di Vighi a questo proposito è utile) assistere a dei veri e propri tsunami ambientali. 

Basta dunque schierarsi con questo o quel politico di casa nostra, basta vedere in questa o quella nazione la via di uscita, basta vedere in questa o quella etnia il nemico da abbattere. Perché un nemico da abbattere c’è, non va costruito di volta il volta, questo è  il capitalismo. Ora si che bisogna schierarsi ma dalla parte dei lavoratori che in ognuno dei propri paesi ha un compito: combattere i propri governi, rifiutare il cappio del sostegno alla propria economia nazionale rendendosi disponibili a sacrificare ancor di più la propria condizione di lavoro e salariale, rimandare al mittente i proclami nazionalistici riaffermando qualcosa di assolutamente desueto (desueto per anni e anni…) “lavoratori di tutto il mondo unitevi”! Se non ora, quando?

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