ARANCIA AMARO E ALTRO… REALTA’ E SOGNO
NELLA PITTURA DI SALVATORE MIGLIETTA, è il titolo dell’ultima mostra di
questo importante esponente del realismo sociale dell’arte contemporanea. La
mostra, patrocinata dal Rotary Club di Gioia Tauro, in collaborazione
con l’Associazione Culturale l’albatros, vedrà la presenza di circa
cento dipinti che saranno esposti a Palazzo Fallara di Gioia Tauro il
prossimo 10 settembre 2010 e che resterà aperta dici giorni.
Si tratta di una
manifestazione dai forti connotati civili e sociali, centrata sulla rivolta
degli immigrati a Rosarno lo scorso inverno, cui ha risposto l’operazione di
polizia definita Arancia amara. Quelle vicende hanno suscitato profonda
emozione in Calabria e in Italia e hanno avuto vasta eco in molti paesi
stranieri. Infatti si è trattato di un durissimo atto di protesta contro le
condizioni di sfruttamento e di degrado di circa duemila immigrati, la cui
situazione è simile a quella di tanti lavoratori extra comunitari di altre zone
del Paese, compreso il Nord.
L’occasione è preziosa
per fare conoscere, accanto agli oltre cinquanta dipinti dedicati dall’artista
pugliese, da decenni residente in Calabria, alle vicende di Rosarno, , circa
cinquanta dipinti legati alla realtà della Calabria e del Mezzogiorno d’Italia
filtrata attraverso la visionarietà artistica.
Una manifestazione
ricca di significati nel senso più profondo del termine, spaziando dalla
denuncia umanitaria alla condizione onirica dell’uomo contemporaneo per
sfuggire al dolore della realtà quotidiana.
Pubblichiamo la
presentazione in catalogo di Agostino Bagnato.
Il pittore che si
rinnova continuamente, che cerca nuove forme espressive, che inventa e
reinventa la materia, che visita nuovi soggetti o rivisita quelli già esperiti,
non è esercizio di tutti. Il rischio è il citazionismo, la ripetizione
gratuita, la replica fine a se stessa con nuovi colori. Salvatore Miglietta non
cade in questa trappola. Le sue ultime opere, dopo la lunga fase
gravitazionale, peraltro molte efficace e riuscita, lo dimostrano. Si tratta di
un ritorno alla forma, ma alla maniera che caratterizza il maestro calabrese,
originario della Puglia. Una forma dai contorni incerti, indefiniti, materici,
costruita direttamente con il colore steso a pennellate larghe, con tocchi
sicuri e precisi. Si tratta di un avanzamento verso una maggiore sintesi
espressiva e non di una regressione. Anche se egli ripete continuamente di
essere tornato alla pittura di quando era bambino, nella piena consapevolezza
di quell’avanzamento di cui si è detto.
I soggetti sono la vita
quotidiana, la realtà che circonda l’uomo, la fatica di esistere e la gioia
allo stesso tempo che dà la vita. Un turbinio di figure e di immagini che si
accavallano e si intersecano, creando un gioco tra realtà e sogno, tra rigore e
divertimento, tra serio e faceto. L’uomo è tutto questo, sembrano dettare quei
dipinti dai colori così brillanti, forti, dove il blu domina senza confine di
spazio, rubando anche la superficie della cornice per esprimere al massimo la
propria esuberanza e l’incontenibile volontà di essere.
“Le maschere della
vita”
da una parte e “Arancia amara”
dall’altra, sono intitolate le rispettive serie di dipinti, oltre ad alcuni
ritorni al tema caro della terra e del lavoro agricolo. In effetti il travestimento
è soltanto un gioco per testimoniare la complessità dell’esistenza quotidiana,
in cui l’elemento ludico è una sorta di valvola di sicurezza, di àncora di
salvataggio. Ma è soprattutto il rifarsi alla cronaca drammatica di eventi
dolorosi, come la rivolta di Rosarno da parte degli immigrati di colore, la cui
operazione repressiva e l’opera di risanamento ambientale è stata chiamata
“Arancia amara”. Da un lato il sogno, dall’altro la realtà. Da una parte il
gioco, dall’altra la tragedia. Al fondo di tutto c’è un pessimismo di fondo, un
richiamo alle gravi responsabilità dell’uomo di fronte al tempo, un appello per
tornare ai principi della solidarietà, dell’umanità, dell’accoglienza. Un
cristianesimo tolstoiano, verrebbe da dire.
Ma non si tratta di primitivismo,
né di pensiero né di linguaggio artistico. Assolutamente no. Il primitivismo di
alcuni dipinti di Miglietta è più legato al linguaggio espressionista e
all’adesione all’informale che alle scuole propriamente così dette. In queste
ultime opere prevale la sintesi. Il colore si fa forma e la forma stessa
costruisce la scena. Niente è lasciato al caso, non c’è il lasciarsi andare per
concludere. Il pennello cerca i colori sulla tavolozza e si adopera per
costruire il pensiero dell’artista, la sua volontà, la sua primigenia idea del
fare. In questo senso la scelta di fare emergere in modo predominante il blu è
una sfida al rischio di una pittura fredda, distaccata, intellettualistica. Al
contrario, la predominanza del blu restituisce interiorità alla forma e
soprattutto alle figure umane nelle loro differenti espressioni e negli
atteggiamenti più diversi, senza mai annoiare e soprattutto senza mai creare
cesure tra l’emozione dell’atto pittorico e la resa epifanica.
Una bellissima
esperienza per chi osserva queste tele, per chi ha la fortuna di conoscere il
percorso creativo di Salvatore Miglietta. I primi segni quasi cinquant’anni fa
testimoniano la precocità del suo essere creativo, il magistero di Giorgio
Morandi che assimila rapidamente senza mai cadere nell’imitazione più facile e
scontata, l’accademismo veneziano quale atto di completamento della propria
formazione e poi un lunghissimo, infaticabile, incessante lavoro come corpo a
corpo con la tela o il legno e la materia pittorica, oltre che con il gusto del
pubblico. E le rese sono molto spesso strabilianti per qualità e spessore.
Citare le fasi più significative è inutile esercizio. Basti fare riferimento all’ultima
importantissima rassegna romana alla Biblioteca Vallicelliana nel mese di marzo
del 2009, dal significativo titolo La Luce del Sud
per rendersene conto. Il ricco catalogo dà la misura dell’evento che ha anche
rappresentato l’occasione per conoscere l’intero percorso creativo del maestro.
Qualche breve interruzione per cause di forza maggiore e poi, ogni volta, la
ripresa con esiti positivi, emozionanti, imprevedibili. Ecco la straordinaria
serie di dipinti che formano l’oggetto di questa mostra calabrese, dal
significativo titolo “ARANCIA AMARA E ALTRO… Realtà e sogno nella pittura di
Salvatore Miglietta”, che si svolge a Gioia Tauro, nelle sale di Palazzo
Fallara, a partire dal 10 settembre 2010. E’ stato il Rotary club a volere
questa iniziativa, una risposta di cultura, arte e civismo alle terribili
vicende dello scorso inverno. Si tratta di circa cento dipinti, la maggioranza
dei quali appartiene all’ultima fase creativa dell’artista. Circa cinquanta
sono collocati al piano terra e si riferiscono al tema “Arancia amara”
collegato alla rivolta di Rosarno, gli altri cinquanta sono disposti al piano
superiore e riguardano aspetti della realtà quotidiana e del sogno che illumina
la mente di ogni artista.
Ma se la serie Le
maschere della vita si richiama all’atmosfera di sogno di cui si è detto, è
su Arancia amara che bisogna concentrare l’attenzione del visitatore e
dello studioso di arte, ma anche di politica e di sociologia.
Cerchiamo di seguirne
la genesi e le ragioni che hanno portato Salvatore Miglietta a cimentarsi con
questo drammatico tema.
ROSARNO
Rosarno.
Antica Medma
della Megale Hellas
tirrenica. Civiltà gloriosa, scomparsa da duemila anni lasciando poche tracce,
oggi terra di agrumeti a perdita d’occhio e di criminalità. Il terreno ha una
particolare fertilità e un microclima felice che favorisce l’agricoltura
intensiva, specializzata, redditizia. La ferrovia ha rappresentato una via di
scambio commerciale molto intenso fin dalla sua apertura all’inizio del
Novecento, mentre il vicino porto container di Gioia Tauro ha rappresentato una
grande occasione di sviluppo industriale per l’intero territorio, favorendo
l’afflusso di enormi capitali. Ma l’agricoltura ha saputo mantenere il proprio
primato, grazie alla intraprendenza dei proprietari, alla disponibilità di mano
d’opera a buon mercato e agli intensi aiuti comunitari erogati per decenni a
sostegno della produzione di agrumi e dell’ammodernamento delle strutture
agrarie di antichissima tradizione.
Negli ultimi tempi, la
concorrenza spietata sui mercati internazionali ha schiacciato il prezzo di
arance, mandarini, limoni, mentre i costi di produzione hanno continuato a
salire. Alcuni impianti industriali per la produzione di succhi d’arancia e
limone sono entrati in crisi e hanno chiuso i battenti. La riduzione degli
aiuti comunitari ha reso obbligatorio l’abbattimento dei costi di coltivazione
e di raccolta degli agrumi, per poter sopravvivere economicamente. I produttori
hanno trovato, a Rosarno come altrove, che l’ingaggio di mano d’opera a basso
prezzo costituiva una componente importante di questa politica. Del resto, la
storia agraria del Mezzogiorno ha visto nel caporalato una pratica costante di
avviamento al lavoro, divenuta una vera e propria piaga che nessuno è mai
riuscito a sanare del tutto, anche quando veniva praticata nei confronti dei
lavoratori locali. La figura del caporale si staglia a metà strada tra ufficio
illegale di collegamento e piccola criminalità. Secondo molti osservatori si
tratterebbe anche di una figura necessaria, senza la quale non ci sarebbe
certezza nella disponibilità di mano d’opera.
Quale mano d’opera,
però, se non quella clandestina, proveniente in prevalenza dall’Africa nera:
nigeriani, ganesi, senegalesi, camerunensi. Un crogiolo di razze alloctone
della fascia sub sahariana cha ha trovato, come altre centinaia di migliaia di
lavoratori, nelle campagne di tante parti del Meridione d’Italia, una precaria
e sofferta collocazione. Un crogiolo di disperati in fuga dalla miseria, dalle
malattie, dallo sfruttamento. Sono le condizioni di vita caratteristiche di
tanta parte dell’Africa post coloniale che, a oltre cinquant’anni
dall’indipendenza, non ha saputo né potuto trovare la strada dello sviluppo
economico e della giustizia sociale. Guerre tribali, corruzione, violenza,
malattie a cominciare dalla piaga dell’Aids, costringono molti paesi africani a
sottostare allo sfruttamento neocoloniale e agli effetti della globalizzazione,
oltre che a vivere alle dipendenze delle organizzazioni umanitarie. Chi riesce
a scappare dall’inferno si ritiene fortunato. L’approdo a Lampedusa o su altre
spiagge italiane, apre le porte alla speranza. Ma non è l’Eden sognato. Dalla
savana e dai villaggi polverosi sub sahariani, dalle città sgangherate e dalle
baraccopoli delle townships, si passa ai tuguri, ai campi aperti e ai
fossi, ai ponti, alle case diroccate o fatiscenti e alle grotte quando va bene
di tante zone dell’Italia centro-meridionale. Lavoro sotto lo scudiscio di un
caporale, molto spesso di colore che li ha preceduti, legato alle forze
economiche locali. La storia si ripete, sempre. Non si tratta di un fatto
isolato, visto quanto accade in tante aree del Centro Nord, dove gli
imprenditori legati alla Lega ingaggiano mano d’opera spesso illegale, salvo
poi scendere in piazza e invocarne l’espulsione, di fronte a inevitabili fatti
di criminalità.
Nel caso di Rosarno, i
caporali locali o immigrati sono legati ai ricchi proprietari terrieri,
produttori di agrumi che li assumono per pochi Euro al giorno. Fino a
raggiungere la cifra di circa 2.000 disperati, stipati con donne e bambini in
orridi tuguri, ricavati sovente da stalle e porcili dismessi. La vita è
difficile. Difficilissima. La presenza di tanti stranieri di cultura,
religione, abitudini tanto diverse non può che creare difficoltà,
incomprensioni, rancori, tensioni con la popolazione locale.
LA RIVOLTA DI ROSARNO
Quanti abitanti fa
Rosarno alla fine del 2009? Qualche migliaio, in maggioranza dediti
all’agricoltura e al commercio. Qualche artigiano. Numerosi impiegato nella
pubblica amministrazione. Una città come tante nel Mezzogiorno d’Italia. Con
problemi di criminalità spiccia, come in tante zone del Paese, probabilmente
più accentuata dalla mancanza di strutture pubbliche di riferimento culturale,
artistico, sociale, religioso. L’identità della popolazione è tutta sul
presente. Quali richiami può produrre un passato le cui tracce sono così labili
e comunque fruibili da chi è in possesso di una cultura medio-alta. Chi educa
in questo territorio alla comprensione del diverso da sé, alla tolleranza, alla
integrazione culturale intesa come ricchezza, alla solidarietà umana capace di
andare al di là della semplice assistenza e carità? Occhio non vede, cuore non
duole!... Come suona ottuso questo adagio popolare! Fino a quando non accade
l’irreparabile, magari innescato da un gesto provocatorio, irrazionale, fino a
diventare criminale.
Ma la domanda da porsi
ancora oggi, a distanza di mesi dalla rivolta degli immigrati a Rosarno, è
quella di sempre, in questi casi. Dove sono le autorità che non vedono, non
sentono e non intuiscono quello che bolle nel pentolone? Possibile che nessuno
comprenda che basta una scintilla perché esploda la violenza incontrollata,
basata sulla rabbia da una e dall’altra parte. Amministrazioni locali, forze
dell’ordine, prefetto, magistrati, organizzazioni sindacali ed ecclesiastiche
non hanno visto le spaventose condizioni di vita degli immigrati clandestini e
la tensione crescente con gli abitanti locali? E’ bastato un episodio più
pesante del solito per scatenare la violenza da ambo le parti. I dannati della
terra, come Franz Fanon
chiamava gli abitanti delle terre di colonialismo negli anni Cinquanta, hanno
reagito in maniera incontrollata, al colmo dell’esasperazione.
Ed ecco la rivolta di
Rosarno, con centinaia di lavoratori africani che si scatenano nella guerriglia
urbana come non si è mai visto in Italia e che ricorda scene di violenza della
Parigi con i casseurs delle banlieux, nelle città americane degli
Stati del Sud come Alabama, Georgia, Missouri, nei sobborghi delle città
sudafricane negli anni dell’apartheid. Qualcuno ha fatto il confronto con la
rivolte contadine della fine dell’Ottocento, quando i municipi venivano presi
d’assalto dai contadini e dalle popolazioni locali per protestare contro il
focatico e la mancata distribuzione delle terre del demanio pubblico, usurpato
da galantuomini senza scrupoli. Ma il confronto non regge, perché quegli
episodi avevano una ragione interna alla storia del Risorgimento, al tradimento
degli ideali e delle speranze suscitate dal passaggio di Giuseppe Garibaldi, al
brigantaggio meridionale alimentato da bande di fedeli al Borbone costretto
all’esilio.
Nel caso di Rosarno la
rivolta ha motivazioni economiche da un lato e di affermazione della dignità
umana dall’altra. Non c’è differenza tra gli uomini di ieri e di oggi. Non c’è
differenza nel colore della pelle. Non c’è differenza nello spirito di
sopravvivenza. Semmai, la differenza rispetto al passato consiste nel fatto che
tali avvenimenti accadono nel Terzo Millennio, quando tanta acqua è passata
sotto i ponti della globalizzazione, dell’incontro di popoli e di razze, della
necessità crescente di integrazione da una parte e dall’altra, nel rispetto
della legge e delle regole, delle tradizioni e dei costumi del paese che
accoglie e dà lavoro ai nuovi dannati della terra.
ARANCIA AMARA E
SALVATORE MIGLIETTA
Salvatore Miglietta
resta profondamente colpito dalle vicende di Rosarno che la stampa definisce
Arancia amara, con elegante eufemismo per non parlare della tragedia che
coinvolge un intero territorio. Il tentativo di connotare sociologicamente la
vicenda può essere sicuramente utile per capire i fatti, ma resta comunque la
tragedia di duemila persone di colore, uomini, donne, bambini, persone umane
che godono degli stessi diritti e meritano la stessa dignità delle persone nate
in Europa, anche se ignorate da uffici anagrafici, liste elettorali, partite
fiscali e previdenziali.
Salvatore Miglietta
inizia a dipingere le scene dello sfruttamento agricolo, la condizione di vita,
la reazione alle violenze, lo scatenamento della follia e l’esplosione della
guerriglia urbana, l’esodo conseguente degli immigrati. Esodo forzato per i più
e anche volontario, per paura e disperazione.
L’artista costruisce
dei veri e propri racconti di vita vissuta in cui il dolore, lo sfruttamento, la
rabbia si mescolano alla violenza e al furore. Non c’è soltanto il lato della
guerriglia urbana, con le automobili rovesciate e bruciate, i negozi devastati
e incendiati, i copertoni bruciati, la paura degli abitanti di Rosarno, la
reazione delle forze dell’ordine, ma anche la disperazione di chi è costretto a
lasciare un tugurio per l’ignoto, magari per uno spaventoso campo di
concentramento che elegantemente si chiama Centro di identificazione ed
espulsione, cui segue il rimpatrio forzato nel proprio paese d’origine, dove la
miseria e la violenza sono molto più grandi e la morte non è fatalità ma una
costante quotidiana.
La fa con pennellate
larghe, macchie di colore, figure appena accennate nel contesto di uno spazio
che tende a dilatarsi. Si tratta di una pittura che pur richiamando episodi di
inaudita violenza, contiene lo sforzo di capire quanto succede, anche se non
c’è giudizio. Si tratta quindi di una cronaca che si dipana dinanzi gli occhi
dell’osservatore e che invita a riflettere, a ragionare, a interrogarsi sul
perché e soprattutto su come evitare che i fatti si ripetano. E’ una pittura a
suo modo di denuncia, dal forte carattere sociale, anche se l’artista non ha
questo intendimento diretto. E questa è la sua forza.
Bisogna essere grati a
Salvatore Miglietta per questa sua fatica che tiene aperto il sipario sulla
tragedia del lavoro clandestino. Il sipario, certo, perché niente è cambiato da
allora. Egli non chiude gli occhi come fanno tante anime belle per non turbarsi
la coscienza, ma aggredisce il problema in tutta la sua crudezza.
Anche questo è un modo
per contribuire al riscatto del Sud e di tanta parte dell’Italia che ha
dimenticato oltre cento anni di emigrazione in ogni parte del mondo.
MAMMA AFRICA
A distanza di molti
mesi dai fatti di Rosarno emerge una figura emblematica nel paesaggio di
desolazione e dolore: Norina Ventre, una donna di circa ottanta anni, chiamata
Mamma Africa. Si tratta di una donna particolare che, a differenza di molte
altre persone, accoglie, assiste, sostiene gli immigrati. Fino al punto tale di
trasformare la propria abitazione in una sorta di casa famiglia per i
lavoratori di colore presenti a Rosarno. Il comportamento di questa anziana
donna colpisce l’opinione pubblica e costringe giornali e televisioni ad occuparsi
della sua attività umanitaria.
E’ chiaramente una
goccia nel mare dei bisogni, ma è pur sempre un messaggio di speranza contro il
razzismo, la violenza, la discriminazione, l’intolleranza. «Non siamo razzisti
a Rosarno. Abbiamo ospitato e dato lavoro a tanta gente. Io ho messo a
disposizione la mia proprietà. Rosarno non è razzista!» E’ un grido disperato e
accorato, quello di questa donna dal volto severo e dolce al tempo stesso che
denota carattere e vigore. La sua volontà di riscattare Rosarno dall’immagine
di città violenta e razzista è importante, del tutto encomiabile. Episodi come
quello di Norina Ventre dovrebbero moltiplicarsi a decine, a centinaia in
Calabria come altrove. E sicuramente ci sono tante situazioni che si connotano
di tale afflato umanitario, ma questo non cambia la realtà di un Paese che non
riesce a fare i conti con la globalizzazione, con la migrazione di milioni di
uomini, con la ricerca del bene. Fino a quando non si accetta la realtà di un
mondo in cui le frontiere non sono più invalicabili, non soltanto per ragioni
di confini geografici e statuali, non ci sarà fratellanza, accoglienza,
convivenza, serenità, progresso, pace. Episodi di criminalità gravissimi,
commessi da immigrati in parte clandestini, hanno sconvolto l’opinione
pubblica. Si tratta di atti di ferocia inaudita. E non conto l’analisi
sociologica che sovente si fa in queste occasioni, da parte di organizzazioni
politiche, umanitarie e religiose. Un atto criminale resta sempre tale, anche
se si possono comprendere le motivazioni ambientali, l’isolamento, la
frustrazione, la rabbia. Un omicidio commesso durante una rapina non può avere
attenuanti. Uno stupro resta sempre una ferita insanabile sulle donne,
qualunque sia l’età di chi lo subisce. Nessuna attenuante per chi delinque. Il
messaggio deve essere chiaro e forte, per evitare di tornare indietro di molti
secoli, alla giustizia come vendetta, di cui il Sud è stato protagonista per
tanti casi di faide familiari. Località nei dintorni di Rosarno ne sanno qualcosa.
Lo stesso vale per la libertà di religione, il cui esercizio non deve
confliggere con quella del paese ospitante. Purtroppo, episodi gravi di
intolleranza religiosa e di fanatismo, da parte di gruppi islamici, di imam e
di mullah, hanno lasciato sconcertata l’opinione pubblica, non favorendo il
dialogo e l’integrazione, anche nei casi in cui l’ambiente non è ostile agli
immigrati per preconcetto.
Per questo l’esempio di
Norina Ventre, giustamente chiamata Mamma Africa, assume un valore emblematico
e va oltre la territorialità in cui si manifesta e si esercita.
Salvatore Miglietta non
si lascia sfuggire l’occasione e accompagna questa sua interpretazione della
rivolta di Rosarno con il suo rovescio: l’impegno di questa donna semplice a
fianco degli umili, degli oppressi e degli struttati.
Nasce così un dipinto
che ancora una volta, alla maniera di Miglietta, è un racconto, o meglio una
cronaca del fare in direzione della solidarietà e della fratellanza. Il volto
di Norina Ventre prende forma nella desolazione del paesaggio urbano devastato,
creando un contrasto ricco di rimandi sociali, politici, umanitari.
Una pittura di forte
impatto realista. Una narrazione della realtà nuda e cruda, fatta con le forme
e i colori tipici della pittura di Salvatore Miglietta, in cui la
partecipazione al dolore e alla sofferenza degli oppressi, degli sfruttati e
dei senza diritti si unisce al grido di protesta per questa nuova barbarie
della civiltà contemporanea.
Queste ultime opere e
la mostra che le contiene possono essere un epilogo di un’intesa fase artistica
e sicuramente sono il grimaldello per nuovi orizzonti. Salvatore Miglietta
continua a stupirci, da par suo.
Agostino Bagnato