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ADDIO A PINO CALIANDRO PDF Stampa E-mail
Avvisi
Scritto da Agostino Bagnato   

L'albatros ha perso un collaboratore prezioso e caro. Giuseppe Caliandro. Pino per tutti coloro che lo hanno conosciuto. A molti lettori il nome non dice molto, ma tante fotografie dell'archivio della rivista, della casa editrice e del sottoscritto sono state prodotte da questo meraviglioso ragazzo, pieno di vita e d'interessi, amato per la disponibilità verso tutti, apprezzato per la straordinaria intelligenza, stimato per la serietà e la laboriosità.

Se ne è andato il 28 agosto 2010, attorno alle ore 11 del mattino, appena quarantunenne, travolto da un Suv sulla Cassia bis, all'altezza di Monterosi, in provincia di Viterbo. Si recava sul lavoro proveniente da Nepi, dove abitava con la compagna Francesca. Era mio nipote, amato come un figlio, complice di tante avventure familiari, umane, culturali. Era nato nel 1969 a Roma. Figlio di mio sorella Rosella e di Pietro Caliandro, uomo di cinema da sempre. E dall'ambiente paterno aveva succhiato fin da bambino la linfa che ha sorretto il suo amore per la fotografia, il cinema, la televisione. Amore che si è trasformato in professione, ottenendo l'iscrizione all'Albo dei fotoreporter del Lazio. Allievo di Franco Ferrarotti all'Università di Roma “La Sapienza”, si è laureato in sociologia con una tesi sull'informazione e la comunicazione nella società di massa, discussa da Alberto Abbruzzese. Ha partecipato alla produzione di numerosi film con i registi Maurizio Zaccaro, Neri Parenti, Francesco Nuti; ha realizzato diversi documentari e servizi fotografici, prima di approdare alla redazione televisiva di Canale 5. Dopo sei anni di faticoso lavoro a Milano negli studi di Mediaset, fa ritorno a Roma per assumere la responsabilità della programmazione nella redazione sportiva di Canale 5, viaggiando ininterrottamente in Italia e all'estero per seguire gli eventi sportivi, compreso le Olimpiadi di Pechino.

Sabato 28 agosto è uscito di casa per giungere puntuale in sede, curare gli ultimi dettagli del programma sportivo del pomeriggio e della domenica e partire in aereo per Palermo, dove avrebbe seguito la partita di calcio il giorno successivo. Tifoso della Juventus fin da bambino, Pino svolgeva il proprio lavoro con grande competenza e passione, rispettando le altre squadre di calcio e il tifo altrui, da vero sportivo qual era e da uomo di cultura.

Una perdita gravissima per me, per la mia famiglia a cominciare dai genitori e dalla sorella Eliana, dalla compagna Francesca, per gli amici e i colleghi. Un dolore profondo, inconsolabile che si acuirà ogni qualvolta cercherò una foto scattata da Pino, rivedrò uno spezzone di documentario girato da lui o un film al quale ha collaborato come aiuto regista o segretario di produzione. Per non parlare dei ricordi di tante visite a città d'arte e località storiche, artistiche e culturali o a gite al mare, al lago, in montagna.

Addio! Ci consolerà sempre la sua profonda umanità, la filiale disponibilità, la fraterna amabilità e quel sorriso ironico e schietto che tradiva una interiore timidezza e inquietudine vinte dall'apparente spavalderia della battuta pronta, dallo spirito aperto, laico e disincantato. Addio! Il grande rimpianto che lascia in tutti non ci sarà di aiuto per lenire il dolore. Soltanto il tempo potrà compiere questo miracolo naturale. Perché l'esistenza di ciascuno è nell'eterno divenire dell'universo. (Agostino Bagnato)

 
MIGLIETTA: CATALOGO MOSTRA ROSARNO PDF Stampa E-mail
Arte
Scritto da Agostino Bagnato   
L’ULTIMA INNOVAZIONE NELLA PITTURA

ARANCIA AMARO E ALTRO… REALTA’ E SOGNO NELLA PITTURA DI SALVATORE MIGLIETTA, è il titolo dell’ultima mostra di questo importante esponente del realismo sociale dell’arte contemporanea. La mostra, patrocinata dal Rotary Club di Gioia Tauro, in collaborazione con l’Associazione Culturale l’albatros, vedrà la presenza di circa cento dipinti che saranno esposti a Palazzo Fallara di Gioia Tauro il prossimo 10 settembre 2010 e che resterà aperta dici giorni.

Si tratta di una manifestazione dai forti connotati civili e sociali, centrata sulla rivolta degli immigrati a Rosarno lo scorso inverno, cui ha risposto l’operazione di polizia definita Arancia amara. Quelle vicende hanno suscitato profonda emozione in Calabria e in Italia e hanno avuto vasta eco in molti paesi stranieri. Infatti si è trattato di un durissimo atto di protesta contro le condizioni di sfruttamento e di degrado di circa duemila immigrati, la cui situazione è simile a quella di tanti lavoratori extra comunitari di altre zone del Paese, compreso il Nord.

L’occasione è preziosa per fare conoscere, accanto agli oltre cinquanta dipinti dedicati dall’artista pugliese, da decenni residente in Calabria, alle vicende di Rosarno, , circa cinquanta dipinti legati alla realtà della Calabria e del Mezzogiorno d’Italia filtrata attraverso la visionarietà artistica.

Una manifestazione ricca di significati nel senso più profondo del termine, spaziando dalla denuncia umanitaria alla condizione onirica dell’uomo contemporaneo per sfuggire al dolore della realtà quotidiana.

Pubblichiamo la presentazione in catalogo di Agostino Bagnato.

 

Il pittore che si rinnova continuamente, che cerca nuove forme espressive, che inventa e reinventa la materia, che visita nuovi soggetti o rivisita quelli già esperiti, non è esercizio di tutti. Il rischio è il citazionismo, la ripetizione gratuita, la replica fine a se stessa con nuovi colori. Salvatore Miglietta non cade in questa trappola. Le sue ultime opere, dopo la lunga fase gravitazionale, peraltro molte efficace e riuscita, lo dimostrano. Si tratta di un ritorno alla forma, ma alla maniera che caratterizza il maestro calabrese, originario della Puglia. Una forma dai contorni incerti, indefiniti, materici, costruita direttamente con il colore steso a pennellate larghe, con tocchi sicuri e precisi. Si tratta di un avanzamento verso una maggiore sintesi espressiva e non di una regressione. Anche se egli ripete continuamente di essere tornato alla pittura di quando era bambino, nella piena consapevolezza di quell’avanzamento di cui si è detto.

I soggetti sono la vita quotidiana, la realtà che circonda l’uomo, la fatica di esistere e la gioia allo stesso tempo che dà la vita. Un turbinio di figure e di immagini che si accavallano e si intersecano, creando un gioco tra realtà e sogno, tra rigore e divertimento, tra serio e faceto. L’uomo è tutto questo, sembrano dettare quei dipinti dai colori così brillanti, forti, dove il blu domina senza confine di spazio, rubando anche la superficie della cornice per esprimere al massimo la propria esuberanza e l’incontenibile volontà di essere.

“Le maschere della vita”[1] da una parte e “Arancia amara”[2] dall’altra, sono intitolate le rispettive serie di dipinti, oltre ad alcuni ritorni al tema caro della terra e del lavoro agricolo. In effetti il travestimento è soltanto un gioco per testimoniare la complessità dell’esistenza quotidiana, in cui l’elemento ludico è una sorta di valvola di sicurezza, di àncora di salvataggio. Ma è soprattutto il rifarsi alla cronaca drammatica di eventi dolorosi, come la rivolta di Rosarno da parte degli immigrati di colore, la cui operazione repressiva e l’opera di risanamento ambientale è stata chiamata “Arancia amara”. Da un lato il sogno, dall’altro la realtà. Da una parte il gioco, dall’altra la tragedia. Al fondo di tutto c’è un pessimismo di fondo, un richiamo alle gravi responsabilità dell’uomo di fronte al tempo, un appello per tornare ai principi della solidarietà, dell’umanità, dell’accoglienza. Un cristianesimo tolstoiano, verrebbe da dire.

Ma non si tratta di primitivismo, né di pensiero né di linguaggio artistico. Assolutamente no. Il primitivismo di alcuni dipinti di Miglietta è più legato al linguaggio espressionista e all’adesione all’informale che alle scuole propriamente così dette. In queste ultime opere prevale la sintesi. Il colore si fa forma e la forma stessa costruisce la scena. Niente è lasciato al caso, non c’è il lasciarsi andare per concludere. Il pennello cerca i colori sulla tavolozza e si adopera per costruire il pensiero dell’artista, la sua volontà, la sua primigenia idea del fare. In questo senso la scelta di fare emergere in modo predominante il blu è una sfida al rischio di una pittura fredda, distaccata, intellettualistica. Al contrario, la predominanza del blu restituisce interiorità alla forma e soprattutto alle figure umane nelle loro differenti espressioni e negli atteggiamenti più diversi, senza mai annoiare e soprattutto senza mai creare cesure tra l’emozione dell’atto pittorico e la resa epifanica.

Una bellissima esperienza per chi osserva queste tele, per chi ha la fortuna di conoscere il percorso creativo di Salvatore Miglietta. I primi segni quasi cinquant’anni fa testimoniano la precocità del suo essere creativo, il magistero di Giorgio Morandi che assimila rapidamente senza mai cadere nell’imitazione più facile e scontata, l’accademismo veneziano quale atto di completamento della propria formazione e poi un lunghissimo, infaticabile, incessante lavoro come corpo a corpo con la tela o il legno e la materia pittorica, oltre che con il gusto del pubblico. E le rese sono molto spesso strabilianti per qualità e spessore[3]. Citare le fasi più significative è inutile esercizio. Basti fare riferimento all’ultima importantissima rassegna romana alla Biblioteca Vallicelliana nel mese di marzo del 2009, dal significativo titolo La Luce del Sud[4] per rendersene conto. Il ricco catalogo dà la misura dell’evento che ha anche rappresentato l’occasione per conoscere l’intero percorso creativo del maestro. Qualche breve interruzione per cause di forza maggiore e poi, ogni volta, la ripresa con esiti positivi, emozionanti, imprevedibili. Ecco la straordinaria serie di dipinti che formano l’oggetto di questa mostra calabrese, dal significativo titolo “ARANCIA AMARA E ALTRO… Realtà e sogno nella pittura di Salvatore Miglietta”, che si svolge a Gioia Tauro, nelle sale di Palazzo Fallara, a partire dal 10 settembre 2010. E’ stato il Rotary club a volere questa iniziativa, una risposta di cultura, arte e civismo alle terribili vicende dello scorso inverno. Si tratta di circa cento dipinti, la maggioranza dei quali appartiene all’ultima fase creativa dell’artista. Circa cinquanta sono collocati al piano terra e si riferiscono al tema “Arancia amara” collegato alla rivolta di Rosarno, gli altri cinquanta sono disposti al piano superiore e riguardano aspetti della realtà quotidiana e del sogno che illumina la mente di ogni artista.

Ma se la serie Le maschere della vita si richiama all’atmosfera di sogno di cui si è detto, è su Arancia amara che bisogna concentrare l’attenzione del visitatore e dello studioso di arte, ma anche di politica e di sociologia.

Cerchiamo di seguirne la genesi e le ragioni che hanno portato Salvatore Miglietta a cimentarsi con questo drammatico tema.

ROSARNO

Rosarno.[5] Antica Medma[6] della Megale Hellas[7] tirrenica. Civiltà gloriosa, scomparsa da duemila anni lasciando poche tracce, oggi terra di agrumeti a perdita d’occhio e di criminalità. Il terreno ha una particolare fertilità e un microclima felice che favorisce l’agricoltura intensiva, specializzata, redditizia. La ferrovia ha rappresentato una via di scambio commerciale molto intenso fin dalla sua apertura all’inizio del Novecento, mentre il vicino porto container di Gioia Tauro ha rappresentato una grande occasione di sviluppo industriale per l’intero territorio, favorendo l’afflusso di enormi capitali. Ma l’agricoltura ha saputo mantenere il proprio primato, grazie alla intraprendenza dei proprietari, alla disponibilità di mano d’opera a buon mercato e agli intensi aiuti comunitari erogati per decenni a sostegno della produzione di agrumi e dell’ammodernamento delle strutture agrarie di antichissima tradizione.

Negli ultimi tempi, la concorrenza spietata sui mercati internazionali ha schiacciato il prezzo di arance, mandarini, limoni, mentre i costi di produzione hanno continuato a salire. Alcuni impianti industriali per la produzione di succhi d’arancia e limone sono entrati in crisi e hanno chiuso i battenti. La riduzione degli aiuti comunitari ha reso obbligatorio l’abbattimento dei costi di coltivazione e di raccolta degli agrumi, per poter sopravvivere economicamente. I produttori hanno trovato, a Rosarno come altrove, che l’ingaggio di mano d’opera a basso prezzo costituiva una componente importante di questa politica. Del resto, la storia agraria del Mezzogiorno ha visto nel caporalato una pratica costante di avviamento al lavoro, divenuta una vera e propria piaga che nessuno è mai riuscito a sanare del tutto, anche quando veniva praticata nei confronti dei lavoratori locali. La figura del caporale si staglia a metà strada tra ufficio illegale di collegamento e piccola criminalità. Secondo molti osservatori si tratterebbe anche di una figura necessaria, senza la quale non ci sarebbe certezza nella disponibilità di mano d’opera.

Quale mano d’opera, però, se non quella clandestina, proveniente in prevalenza dall’Africa nera: nigeriani, ganesi, senegalesi, camerunensi. Un crogiolo di razze alloctone della fascia sub sahariana cha ha trovato, come altre centinaia di migliaia di lavoratori, nelle campagne di tante parti del Meridione d’Italia, una precaria e sofferta collocazione. Un crogiolo di disperati in fuga dalla miseria, dalle malattie, dallo sfruttamento. Sono le condizioni di vita caratteristiche di tanta parte dell’Africa post coloniale che, a oltre cinquant’anni dall’indipendenza, non ha saputo né potuto trovare la strada dello sviluppo economico e della giustizia sociale. Guerre tribali, corruzione, violenza, malattie a cominciare dalla piaga dell’Aids, costringono molti paesi africani a sottostare allo sfruttamento neocoloniale e agli effetti della globalizzazione, oltre che a vivere alle dipendenze delle organizzazioni umanitarie. Chi riesce a scappare dall’inferno si ritiene fortunato. L’approdo a Lampedusa o su altre spiagge italiane, apre le porte alla speranza. Ma non è l’Eden sognato. Dalla savana e dai villaggi polverosi sub sahariani, dalle città sgangherate e dalle baraccopoli delle townships, si passa ai tuguri, ai campi aperti e ai fossi, ai ponti, alle case diroccate o fatiscenti e alle grotte quando va bene di tante zone dell’Italia centro-meridionale. Lavoro sotto lo scudiscio di un caporale, molto spesso di colore che li ha preceduti, legato alle forze economiche locali. La storia si ripete, sempre. Non si tratta di un fatto isolato, visto quanto accade in tante aree del Centro Nord, dove gli imprenditori legati alla Lega ingaggiano mano d’opera spesso illegale, salvo poi scendere in piazza e invocarne l’espulsione, di fronte a inevitabili fatti di criminalità.

Nel caso di Rosarno, i caporali locali o immigrati sono legati ai ricchi proprietari terrieri, produttori di agrumi che li assumono per pochi Euro al giorno. Fino a raggiungere la cifra di circa 2.000 disperati, stipati con donne e bambini in orridi tuguri, ricavati sovente da stalle e porcili dismessi. La vita è difficile. Difficilissima. La presenza di tanti stranieri di cultura, religione, abitudini tanto diverse non può che creare difficoltà, incomprensioni, rancori, tensioni con la popolazione locale.

LA RIVOLTA DI ROSARNO

Quanti abitanti fa Rosarno alla fine del 2009? Qualche migliaio, in maggioranza dediti all’agricoltura e al commercio. Qualche artigiano. Numerosi impiegato nella pubblica amministrazione. Una città come tante nel Mezzogiorno d’Italia. Con problemi di criminalità spiccia, come in tante zone del Paese, probabilmente più accentuata dalla mancanza di strutture pubbliche di riferimento culturale, artistico, sociale, religioso. L’identità della popolazione è tutta sul presente. Quali richiami può produrre un passato le cui tracce sono così labili e comunque fruibili da chi è in possesso di una cultura medio-alta. Chi educa in questo territorio alla comprensione del diverso da sé, alla tolleranza, alla integrazione culturale intesa come ricchezza, alla solidarietà umana capace di andare al di là della semplice assistenza e carità? Occhio non vede, cuore non duole!... Come suona ottuso questo adagio popolare! Fino a quando non accade l’irreparabile, magari innescato da un gesto provocatorio, irrazionale, fino a diventare criminale.

Ma la domanda da porsi ancora oggi, a distanza di mesi dalla rivolta degli immigrati a Rosarno, è quella di sempre, in questi casi. Dove sono le autorità che non vedono, non sentono e non intuiscono quello che bolle nel pentolone? Possibile che nessuno comprenda che basta una scintilla perché esploda la violenza incontrollata, basata sulla rabbia da una e dall’altra parte. Amministrazioni locali, forze dell’ordine, prefetto, magistrati, organizzazioni sindacali ed ecclesiastiche non hanno visto le spaventose condizioni di vita degli immigrati clandestini e la tensione crescente con gli abitanti locali? E’ bastato un episodio più pesante del solito per scatenare la violenza da ambo le parti. I dannati della terra, come Franz Fanon[8] chiamava gli abitanti delle terre di colonialismo negli anni Cinquanta, hanno reagito in maniera incontrollata, al colmo dell’esasperazione.

Ed ecco la rivolta di Rosarno, con centinaia di lavoratori africani che si scatenano nella guerriglia urbana come non si è mai visto in Italia e che ricorda scene di violenza della Parigi con i casseurs delle banlieux, nelle città americane degli Stati del Sud come Alabama, Georgia, Missouri, nei sobborghi delle città sudafricane negli anni dell’apartheid. Qualcuno ha fatto il confronto con la rivolte contadine della fine dell’Ottocento, quando i municipi venivano presi d’assalto dai contadini e dalle popolazioni locali per protestare contro il focatico e la mancata distribuzione delle terre del demanio pubblico, usurpato da galantuomini senza scrupoli. Ma il confronto non regge, perché quegli episodi avevano una ragione interna alla storia del Risorgimento, al tradimento degli ideali e delle speranze suscitate dal passaggio di Giuseppe Garibaldi, al brigantaggio meridionale alimentato da bande di fedeli al Borbone costretto all’esilio.

Nel caso di Rosarno la rivolta ha motivazioni economiche da un lato e di affermazione della dignità umana dall’altra. Non c’è differenza tra gli uomini di ieri e di oggi. Non c’è differenza nel colore della pelle. Non c’è differenza nello spirito di sopravvivenza. Semmai, la differenza rispetto al passato consiste nel fatto che tali avvenimenti accadono nel Terzo Millennio, quando tanta acqua è passata sotto i ponti della globalizzazione, dell’incontro di popoli e di razze, della necessità crescente di integrazione da una parte e dall’altra, nel rispetto della legge e delle regole, delle tradizioni e dei costumi del paese che accoglie e dà lavoro ai nuovi dannati della terra.

ARANCIA AMARA E SALVATORE MIGLIETTA

Salvatore Miglietta resta profondamente colpito dalle vicende di Rosarno che la stampa definisce Arancia amara, con elegante eufemismo per non parlare della tragedia che coinvolge un intero territorio. Il tentativo di connotare sociologicamente la vicenda può essere sicuramente utile per capire i fatti, ma resta comunque la tragedia di duemila persone di colore, uomini, donne, bambini, persone umane che godono degli stessi diritti e meritano la stessa dignità delle persone nate in Europa, anche se ignorate da uffici anagrafici, liste elettorali, partite fiscali e previdenziali.

Salvatore Miglietta inizia a dipingere le scene dello sfruttamento agricolo, la condizione di vita, la reazione alle violenze, lo scatenamento della follia e l’esplosione della guerriglia urbana, l’esodo conseguente degli immigrati. Esodo forzato per i più e anche volontario, per paura e disperazione.

L’artista costruisce dei veri e propri racconti di vita vissuta in cui il dolore, lo sfruttamento, la rabbia si mescolano alla violenza e al furore. Non c’è soltanto il lato della guerriglia urbana, con le automobili rovesciate e bruciate, i negozi devastati e incendiati, i copertoni bruciati, la paura degli abitanti di Rosarno, la reazione delle forze dell’ordine, ma anche la disperazione di chi è costretto a lasciare un tugurio per l’ignoto, magari per uno spaventoso campo di concentramento che elegantemente si chiama Centro di identificazione ed espulsione, cui segue il rimpatrio forzato nel proprio paese d’origine, dove la miseria e la violenza sono molto più grandi e la morte non è fatalità ma una costante quotidiana.

La fa con pennellate larghe, macchie di colore, figure appena accennate nel contesto di uno spazio che tende a dilatarsi. Si tratta di una pittura che pur richiamando episodi di inaudita violenza, contiene lo sforzo di capire quanto succede, anche se non c’è giudizio. Si tratta quindi di una cronaca che si dipana dinanzi gli occhi dell’osservatore e che invita a riflettere, a ragionare, a interrogarsi sul perché e soprattutto su come evitare che i fatti si ripetano. E’ una pittura a suo modo di denuncia, dal forte carattere sociale, anche se l’artista non ha questo intendimento diretto. E questa è la sua forza.

Bisogna essere grati a Salvatore Miglietta per questa sua fatica che tiene aperto il sipario sulla tragedia del lavoro clandestino. Il sipario, certo, perché niente è cambiato da allora. Egli non chiude gli occhi come fanno tante anime belle per non turbarsi la coscienza, ma aggredisce il problema in tutta la sua crudezza.

Anche questo è un modo per contribuire al riscatto del Sud e di tanta parte dell’Italia che ha dimenticato oltre cento anni di emigrazione in ogni parte del mondo.

MAMMA AFRICA 

A distanza di molti mesi dai fatti di Rosarno emerge una figura emblematica nel paesaggio di desolazione e dolore: Norina Ventre, una donna di circa ottanta anni, chiamata Mamma Africa. Si tratta di una donna particolare che, a differenza di molte altre persone, accoglie, assiste, sostiene gli immigrati. Fino al punto tale di trasformare la propria abitazione in una sorta di casa famiglia per i lavoratori di colore presenti a Rosarno. Il comportamento di questa anziana donna colpisce l’opinione pubblica e costringe giornali e televisioni ad occuparsi della sua attività umanitaria.

E’ chiaramente una goccia nel mare dei bisogni, ma è pur sempre un messaggio di speranza contro il razzismo, la violenza, la discriminazione, l’intolleranza. «Non siamo razzisti a Rosarno. Abbiamo ospitato e dato lavoro a tanta gente. Io ho messo a disposizione la mia proprietà. Rosarno non è razzista!» E’ un grido disperato e accorato, quello di questa donna dal volto severo e dolce al tempo stesso che denota carattere e vigore. La sua volontà di riscattare Rosarno dall’immagine di città violenta e razzista è importante, del tutto encomiabile. Episodi come quello di Norina Ventre dovrebbero moltiplicarsi a decine, a centinaia in Calabria come altrove. E sicuramente ci sono tante situazioni che si connotano di tale afflato umanitario, ma questo non cambia la realtà di un Paese che non riesce a fare i conti con la globalizzazione, con la migrazione di milioni di uomini, con la ricerca del bene. Fino a quando non si accetta la realtà di un mondo in cui le frontiere non sono più invalicabili, non soltanto per ragioni di confini geografici e statuali, non ci sarà fratellanza, accoglienza, convivenza, serenità, progresso, pace. Episodi di criminalità gravissimi, commessi da immigrati in parte clandestini, hanno sconvolto l’opinione pubblica. Si tratta di atti di ferocia inaudita. E non conto l’analisi sociologica che sovente si fa in queste occasioni, da parte di organizzazioni politiche, umanitarie e religiose. Un atto criminale resta sempre tale, anche se si possono comprendere le motivazioni ambientali, l’isolamento, la frustrazione, la rabbia. Un omicidio commesso durante una rapina non può avere attenuanti. Uno stupro resta sempre una ferita insanabile sulle donne, qualunque sia l’età di chi lo subisce. Nessuna attenuante per chi delinque. Il messaggio deve essere chiaro e forte, per evitare di tornare indietro di molti secoli, alla giustizia come vendetta, di cui il Sud è stato protagonista per tanti casi di faide familiari. Località nei dintorni di Rosarno ne sanno qualcosa. Lo stesso vale per la libertà di religione, il cui esercizio non deve confliggere con quella del paese ospitante. Purtroppo, episodi gravi di intolleranza religiosa e di fanatismo, da parte di gruppi islamici, di imam e di mullah, hanno lasciato sconcertata l’opinione pubblica, non favorendo il dialogo e l’integrazione, anche nei casi in cui l’ambiente non è ostile agli immigrati per preconcetto.

Per questo l’esempio di Norina Ventre, giustamente chiamata Mamma Africa, assume un valore emblematico e va oltre la territorialità in cui si manifesta e si esercita.

Salvatore Miglietta non si lascia sfuggire l’occasione e accompagna questa sua interpretazione della rivolta di Rosarno con il suo rovescio: l’impegno di questa donna semplice a fianco degli umili, degli oppressi e degli struttati.

Nasce così un dipinto che ancora una volta, alla maniera di Miglietta, è un racconto, o meglio una cronaca del fare in direzione della solidarietà e della fratellanza. Il volto di Norina Ventre prende forma nella desolazione del paesaggio urbano devastato, creando un contrasto ricco di rimandi sociali, politici, umanitari.

Una pittura di forte impatto realista. Una narrazione della realtà nuda e cruda, fatta con le forme e i colori tipici della pittura di Salvatore Miglietta, in cui la partecipazione al dolore e alla sofferenza degli oppressi, degli sfruttati e dei senza diritti si unisce al grido di protesta per questa nuova barbarie della civiltà contemporanea.

 

Queste ultime opere e la mostra che le contiene possono essere un epilogo di un’intesa fase artistica e sicuramente sono il grimaldello per nuovi orizzonti. Salvatore Miglietta continua a stupirci, da par suo.

Agostino Bagnato


[1] Cfr. L’ultima innovazione nella pittura di Salvatore Miglietta, di Andrea Calabria, in L’albatros, anno XI, n, 2/2010.

[2] Vedi, www.lalbatros.it: Arancia amara di Agostino Bagnato, 2 agosto 2010.

[3] Cfr. Franco Ferrarotti, Il policromatismo esplosivo di Miglietta, in La Luce del Sud, L’albatros, Roma 2009, p. 8.

[4] Cfr. La Luce del Sud, mostra a cura di Agostino Bagnato e Claudio Crescentini, catalogo curato da Agostino Bagnato, edito dalla casa editrice L’albatros, Roma 2009, pp.130

[5] Si tratta di nome di origine bizantina, Rousare, il cui significato più probabile è “terra della famiglia Rùsari”, probabile catapano locale.

[6] Medma, Mέδμα nome greco della città fondata dai Locresi prima del 600 a. C. alla foce del fiume Metauro,  unitamente a Hipponion, sorta sul promontorio che i Greci chiamarono Poro, passaggio, allusione al tragitto da compiere tra Medma e la stessa Hipponion. Secondo Apollodoro d’Atene (180-110 a.C.), storico e grammatico greco, si chiamerebbe  Mέσμα, Mesma, come riportano alcune monete, mentre Scilace (VI-V sec. A.C.), navigatore greco autore del celebre Periplo, il nome sarebbe Mέσα, chiara corruzione del toponimo originale. Nel 422 si ribellò a Locri unitamente a Kroton e Hipponion. Secondo Diodoro Siculo nel 393 Medma fu conquistata da Dioniso di Siracusa, ma rinacque sotto la dominazione dei Bretti che avevano conquistato l’antico Bruzio, sottraendo le città alla Grecia. Medma possedeva un porto che Strabone  chiama Emporion (Geografia, VI, 1, 5). Questa località è oggi nei pressi di Nicotera marina e si presume che gli abitanti di Medma si siano rifugiati in questa località dopo la distruzione da parte di Siracusa. Decadde irrimediabilmente nello scontro tra Cartaginesi e Romani, anche se Strabone e Plinio il Vecchio ne danno ancora l’esistenza tra il I sec. A. C. e il I sec. d. C. Gli scavi di Paolo Orsi all’inizio del secolo scorso hanno riportato alla luce la ricca produzione di ceramica fittile, a cominciare dalle celebri statuette. A Medma nacque l’astronomo Filippo.

Nell’alto medioevo rinacque come castrum, stazione obbligata verso la Sicilia per via di terra lungo l’antica via Popilia. Le prime notizia di Rosarno risalgono al 1037 in un Codex Neapolitensis. Un monastero basiliano sorse nella zona  prima dell’anno Mille, al pari di tanti altri centri monastici ispirati alla regola di Basilio Magno. Fu soppresso nel 1809 da Gioacchino Murat e l’unica testimonianza di quell’importante presidio religioso è una croce bizantina d’argento, conservata nel Monastero basiliano di Grottaferrata, nei pressi di Roma. Nel 1305 il territorio fu dato in feudo dagli Angioini di Napoli a Giovanni Ruffo di Catanzaro. Nel 1439 passò ad Antonio Centelles, per effetto del suo matrimonio con Enrichetta Ruffo. Si aprì una pagina turbolenta con la rivolta dei baroni che portò all’incorporazione del feudo al demanio regio nel 1463, in base alle decisioni di re Ferdinando d’Aragona che aveva schiacciato la congiura dei nobili.

Seguirono decenni convulsi e drammatici di passaggi, tra cui quello a Ludovico Sforza il Moro, signore di Milano che lo cedette a Isabella d’Aragona, duchessa di Milano. Nel 1507, in seguito allo sconvolgimento dell’Italia per l’arrivo di Carlo VIII e per le incursioni piratesche di Cesare Borgia, la Signoria di Rosarno, unitamente al ducato di Monteleone, passò a Ettore Pignatelli. Sulle vicende delle terre calabresi non fu secondaria la formazione del regno di Spagna, in seguito al matrimonio tra Ferdinando d’Aragona il Cattolico e Isabella di Castiglia. La famiglia Pignatelli mantenne il feudo fino al 1806, anno dell’eversione della feudalità attivata da Giuseppe Bonaparte e proseguita da Gioacchino Murat, con la creazione dei comuni autonomi, con un ritardo di circa 800 anni rispetto all’esperienza della civiltà comunale dell’Italia centro-settentrionale. Il comune di Rosarno fu costituito nel 1811, iniziando una fase di lento sviluppo agricolo e commerciale, trovandosi nel comprensorio di Gioia Tauro e quindi in posizione strategica. Oggi la popolazione raggiunge gli oltre 15.000-

[7] Megale Hellas, Grande Grecia, è il nome del vasto territorio dell’Italia meridionale che i Greci colonizzarono a cominciare dall’VIII sec. a.C. e che i Romani chiamarono Magna Graecia.

[8] Franz Fanon (1925-1961) discende da una famiglia di schiafi africani di origine Tamil. Partecipò giovanissimo alla Resistenza in Francia contro i Nazisti r nel 1951 si laureò in psichiatria, iniziando una vasta campagna di denuncia sulle conseguenze del colonialismo sulla psiche delle popolazioni sottomesse. Nel 1961 uscì la sua opera più importante, Les damnés de la terre, libro di forte denuncia del colonialismo e manifesto della lotta anticoloniale e per la liberazione del Terzo Mondo. Nel 1964 fu pubblicato postumo Pour la révolution africaine, sorta di codice della lotta militare contro i colonialisti. Fanon fu a fianco della lotta degli algerini contro la Francia e fece parte del governo provvisorio con Ahmed Ben Bella. Fu amico dei maggiori intellettuali progressisti francesi, americani e italiani.

 

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